Il mio nome è

Il mio nome è… Non ha una traduzione in italiano, mi è stato dato perché lo portava mio nonno. E così è stato per mio padre e per due dei miei fratelli più piccoli.
Mia madre invece si chiama … che significa goccia. E così hanno deciso di chiamare l’ultimo arrivato, il mio fratellino più piccolo, che ora ha 8 mesi, e gli stanno crescendo i denti per cui deve sempre masticare qualcosa, con una parola che significa pioggia. Non so perché, forse erano ormai esauriti i nomi dei nonni, o forse perché ormai è lui il più vicino a mamma, e lei se lo coccola tutto il giorno, quando non è impegnata a cucinare per tutti noi maschi grandi. E deve stargli dietro, perché a Pioggia piace un sacco andarsene in giro per i pavimenti della casa, ficcandosi dappertutto, sotto il tavolo, dietro i divani, tra i letti. Lasciando naturalmente in giro il ciuccio e tutte quelle cose non troppo morbide che si ficca in bocca per calmare il fastidio dei primi denti che stanno crescendo.
Io ho quasi 18 anni e sto frequentando l’ultimo anno di una scuola professionale: sarò elettricista. Mi piace, e penso che riuscirò a trovare lavoro per portare un po’ di soldi in casa. Lo so, sto ripetendo l’ultimo anno, l’anno scorso non sono riuscito a superare l’esame finale. È che mi manca ancora un po’ l’italiano. Avevo già 13 anni quando sono arrivato qui, e ho dovuto imparare tutto da capo, tutto nuovo. Per i miei fratelli è diverso: loro erano decisamente più piccoli, uno ora fa seconda media, l’altro quarta elementare, e quando sei piccolo impari molto più in fretta un’altra lingua. Così vanno meglio di me a scuola, anche se a loro piace molto giocare al computer, e i compiti li fanno sempre dopo i giochi.
Siamo arrivati tutti in Italia per seguire mio padre. Lui è arrivato qui sette anni fa. Già, non l’ho ancora detto: siamo Curdi, e arriviamo da una piccola cittadina del Kurdistan turco, nella parte orientale della Turchia. È una cittadina grande più o meno come Pinerolo, che conosco perché tanti dei miei compagni di scuola arrivano da lì. Mio padre è stato il primo a doversene andare: lo sapete, i Turchi non ci amano molto, e sempre di più negli ultimi anni, con Erdogan al potere, la nostra situazione è diventata difficile. Pensate che mia zia, che abita ancora lì e fa l’insegnante, un giorno è tornata a casa e non l’ha più trovata: era saltata per aria durante un bombardamento. Per fortuna lei era a scuola.
Molti nostri parenti vivono ancora lì, e da tanto tempo non li vediamo. Certo, ci parliamo su internet, ci scambiamo messaggi con whatsapp, ma non è certo la stessa cosa. Per mio padre, soprattutto, è difficile. Quella era casa sua, era la sua terra, ci ha vissuto tanti anni, ma è pericoloso per lui tornarci.
Ora la casa delle nostre radici ce la portiamo dietro con il cibo che mangiamo (mia mamma cucina benissimo: la sua specialità sono le verdure ripiene, a volte riesce a farsi mandare dei cetrioli particolari, che crescono solo laggiù, da mangiare con lo yogurt fatto in casa), la lingua curda che parliamo in casa (certo, così mia mamma non sa molto bene l’italiano, ma segue un corso su internet, e tutti i giorni attacca sui mobili della cucina dei post it colorati con delle parole italiane che deve imparare) e con la storia che a me piace tantissimo. La studio con passione, sono curioso di tutto quello che è accaduto in passato, non solo in Turchia o in Italia, ma in tutto il mondo. Perché è troppo importante conoscere le cose brutte che ci sono state, non si devono più ripetere.
Ma anche qui, in questa casa si sta bene. Certo è lontana dalle nostre scuole, noi prima abitavamo a Nichelino, e abbiamo mantenuto lì le scuole che frequentiamo, anche perché abbiamo fatto domanda per una casa popolare, e ce l’hanno assegnata, grande, ma dovremo ancora aspettare un po’ per trasferirci di nuovo lì. Però qui è bello, si sta bene con le altre persone che ci abitano, ogni tanto ci troviamo a parlare con loro, anche a mangiare insieme. Sì, perché uno dei sogni dei miei genitori è aprire un piccolo ristorante curdo. Papà ha già avuto una pizzeria kebab, ma ha dovuto chiudere, ed ora è senza lavoro. E mamma a volte è un po’ stufa di stare in casa, lei ama vedere persone, parlare, incontrarsi con altri.
Speriamo. Molti ci hanno aiutati da quando siamo qui. Noi figli non vorremmo più andare via da Torino, dall’Italia. Gli italiani ci hanno accolti bene, è facile parlare con voi, a volte pensiamo che ci assomigliamo proprio, ci piace fare festa insieme, riunire la famiglia intorno a un tavolo, scherzare e ridere insieme. Abbiamo alcuni parenti che stanno in Germania, ma ci dicono che, se è vero che è più facile trovare lavoro lassù, le persone sono più fredde e distaccate.
Vedremo.
Per adesso, questa è la nostra casa, questa con la storia che ci appartiene.