Dentro la mia casa

La casa non è una casa. Non sono quattro muri, un cesso, un frigorifero. Non è il tetto che ripara la testa dalla pioggia, anche se molti non hanno neppure questo.
La casa è la casa dell’anima. La dimora della nostalgia e della solitudine, del miagolio del gatto la notte, forse disturba i vicini.
La casa è coesione di cellule, organismo puro e semplice, dove abitare vuol dire “tornare a” il porto sicuro, il porto sepolto, l’utero che non ci ha mai abbandonato. L’abbraccio di un amico caro dove diciamo “tu sei quello”.
Per questo una casa non è solo una casa, è l’incrocio della propria vita senza un semaforo, dove specchiamo noi stessi spietati, senza illusioni ma con consapevolezza, del’”io sono”, e sono “con voi”.

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Etimologicamente il termine “abitare” è correlato col verbo “avere”: chi abita un luogo lo possiede e spesso ne è posseduto; e infatti si definisce “habitat” l’ambiente più adatto allo sviluppo e alla vita di piante e animali (inclusi noi umani).
Ecco: in questa accezione della parola mi ritrovo poco. Non mi sento legato ad alcun luogo, non mi affeziono né alle case né al territorio né, credo, alla nazione: se ho radici esse sono estremamente tenui, deboli, facili da estirpare.
Qualche volta invidio coloro che ne hanno.
Ma il verbo “abitare” è correlato ad un altro termine che mi definisce sicuramente meglio. “abitudine”.

In altre parole, la mia vera “casa” è una rete di abitudini; e queste me le porto dietro, con poche varianti, ovunque scelte o sorte mi portino.
Passeggiata col cane… Colazione e due chiacchiere al bar… Il tempo della lettura, della scrittura, della riflessione, del lavoro, dell’ozio, della noia, del piacere…
I diversi luoghi in cui ho abitato sono definiti, in termini residenziali, dalle abitudini che in breve tempo costruisco intorno a me, con piccoli, ma davvero piccoli, adeguamenti al contesto, alla stagione, al clima.
Abito le mie abitudini…

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Ora la casa delle nostre radici ce la portiamo dietro con il cibo che mangiamo (mia mamma cucina benissimo: la sua specialità sono le verdure ripiene, a volte riesce a farsi mandare dei cetrioli particolari, che crescono solo laggiù, da mangiare con lo yogurt fatto in casa), la lingua curda che parliamo in casa (certo, così mia mamma non sa molto bene l’italiano, ma segue un corso su internet, e tutti i giorni attacca sui mobili della cucina dei post it colorati con delle parole italiane che deve imparare) e con la storia che a me piace tantissimo. La studio con passione, sono curioso di tutto quello che è accaduto in passato, non solo in Turchia o in Italia, ma in tutto il mondo. Perché è troppo importante conoscere le cose brutte che ci sono state, non si devono più ripetere.
Ma anche qui, in questa casa si sta bene. 

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– abiti qui? –
– cosa vuol dire “abito qui”?-
– vuol dire se dormi qui. –
– dipende. Dormo, ma non solo.-‘–
– cosa vuol dire “ma non solo”? –
– vuol dire tante cose, qui dormo, qui cucino, soprattutto condivido cose con gli altri… –
– e sei felice? –
– felice! Parola snaturata! Sono me stesso.-
– mi sembra già molto… –
– molto, non saprei dire. Posso dire che sono, e mi sveglio ogni mattina e non sputo nello specchio guardandomi nel bagno, questo sì, è molto. –
– lo puoi dire forte! –
– forte e ben disteso… –
– ma sei davvero tu? –
– lo sono, non so altro. Non perché penso o cogito, ma perché mi limito ad essere. Vivo con gli altri. Sono una pianta che, innaffiata a dovere, dà l’erba giusta. –
– beato tu. –
– non sarà per sempre, però. –
– perché? –
– perché trovare se stessi vuol dire anche dover prendere nuove strade. –
– e quali saranno le tue? –
– non lo so. Ma che gusto c’è a camminare se sai sempre dove vai? –

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Si è a casa sotto il cielo stellato, nel buio profondo di una notte gelida di montagna. C’è un vento implacabile che raffredda le mani, e fa brillare gli occhi. Soffia senza mai stancarsi; ti intreccia i capelli e ruba calore al tuo corpo già provato, insinuandosi attraverso le maniche del giaccone nero che indossi. È un vento che non smette di tormentarti; non sa nulla di te, delle tue delusioni, della tua rabbia, dei tuoi insuccessi: ciò che gli interessa è solo continuare inesorabile a respirare sulla tua pelle, impedendoti di guardare il cielo e di cercare le stelle.
Ma tu sei a casa e leggi le costellazioni, ragnatele luminose fatte di frammenti di un futuro a cui non vuoi rinunciare; quell’aria ghiacciata non ti è nemica stasera, perchè sei a casa.
Sei a casa sotto quel pezzo di cielo; sei a casa sopra quel ritaglio di terra su cui poggi i piedi, mentre oscilli come i rami di un albero in mezzo alla tempesta. Sei a casa lì come altrove, dovunque su questo pianeta se porti tutto dentro te stesso. Sei tu la tua casa. Sei tu l’ancora che getti in mezzo al mare burrascoso; sei tu la costellazione che stai guardando luminosa aprirsi dentro il tuo cielo.